| Gian Pietro Lucini nasce a Milano il 30 settembre 1867, in via San Simone (ora via Cesare Correnti) da Ferdinando Augusto e da Luigia Crespi. Il padre, «materialista, repubblicano e garibaldino», aveva partecipato alla battaglia del Volturno del 1860 col grado di capitano di stato maggiore e nel 1866, dopo essere divenuto cassiere principale della Cassa di Risparmio di Milano, si era sposato con Luigia Crespi, figlia di un industriale di Busto Arsizio. La casa di Ferdinando Augusto era frequentata da molti amici letterati della scapigliatura come Giuseppe Rovani, Emilio Praga, Cesare Tronconi, nonché da garibaldini come Giacomo Medici, Giuseppe Missori e Giuseppe Sirtori.
All'età di nove anni, Lucini manifesta i primi sintomi della tubercolosi ossea, malattia che lo costringe a lunghe convalescenze che divengono l'occasione per le letture piti disparate: «La mia erudizione è frutto della inerzia di questi periodi, inerzia fisica ed obbligata da cui sfuggivo colla maggiore alacrità del pensiero. [...] Da qui incomincia l'amore mio per il libro non solo come contenente, arte o scienza, ma come oggetto esso stesso d'arte, d'ordine tipografico, di bellezza reale come rilegatura, illustrazione».
Dopo aver completato a Milano gli studi ginnasiali e liceali, nel 1888 Gian Pietro si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza di Pavia; per poi trasferirsi nel 1891 a Genova, probabilmente per godere di un clima piti favorevole alle sue condizioni di salute. Sempre nel 1888, Lucini pubblica a puntate sulla «Gazzetta Agricola» la novella Spirito ribelle che aveva ricevuto il giudizio favorevole del Cameroni, allora ignaro di quanto breve sarebbe stata la stagione naturalista del suo giovane amico che cosi ricorderà quel periodo: «Gli sfuggi presto però di mano: io zolaneggiavo allegramente ed ero troppo giovane, 16 anni. Quando ho lasciato lo stampo per divenir me stesso, Cameroni si è messo in dovere di combattermi colla sua critica».
Tra il 1888 e il 1892, gli anni della formazione universitaria, Lucini incontra alcune tra le persone che più ne segneranno l'esistenza: il filosofo Giulio Lazzarini, il sodale nel Simbolismo Romolo Quaglino e la futura moglie Giuditta Cattaneo. Dalla frequentazione del Lazzarini - autore di un'Etica Razionale, stampata a Pavia tra il 1890 e il 1892, ma divenuta da subito un'edizione quasi clandestina -, Lucini ritiene di aver appreso non solo un atteggiamento socratico nei confronti delle questioni filosofiche, ma anche un indelebile esempio morale, un elogio dell'onestà e della sincerità. Ma sono anche anni di fervida attività letteraria: inizia la stesura dei sonetti che, dopo un'apparizione parziale su «Gazzetta Letteraria» nel 1890 e su «Cronaca d'Arte» nel 1891, confluiscono nel Libro delle Figurazioni Ideali (1894), stende le sue prime prove in versi liberi, lavora alacremente alla riscrittura di Spirito ribelle, che diverrà il romanzo simbolista socialista Gian Pietro da Core (1895), e scrive il romanzo La Lotta per Amare (o La Villa delle Rose) rimasto inedito e andato poi distrutto nell'incendio divampato il 13 luglio 1943, a causa di un bombardamento degli alleati, nello stabilimento tipografico torinese di Terenzio Grandi, dove erano custoditi i manoscritti luciniani. Quanto al Libro delle Figurazioni Ideali, è lo stesso Lucini a ricordare come avesse preso forma proprio nel corso degli studi universitari, quando alle lezioni curricolari, il giovane poeta affiancava «il vero insegnamento vissuto; così completava la glossa alla Pandetta una lezione d'anatomia, e, alla nomenclatura dello scheletro umano, si aggiungeva un Sonetto della Chimera, od una disputa cortese col vegliardo geniale e profondo, Giulio Lazzarini, bellissima e nitida coscienza di filosofo razionalista, lettore di Etica nazionale nell'Ateneo pavese». E se qualcosa il LFI deve al Lazzarini, questo si può riassumere nella suggestiva rievocazione del suo atteggiamento nel Verso Libero: «profetizzava futuri di meravigliose idealità a complemento del suo prevedere, e con questo ci astraeva dal tempo e dallo spazio, pure intelligenze a viaggiare, spinte dalla curiosità e dall'amore per le regioni delle domande perpetue e del continuo tentare».
Dopo la laurea, conseguita a Pavia il 15 dicembre 1892, discutendo una tesi di filosofia del diritto dal titolo Considerazioni generali sull'azione dello Stato in rapporto ai diritti dei privati, Lucini fugge con l'amata compagna Giuditta Cattaneo (1863-1941), sopra Menaggio sul Lago di Corno nella villa paterna di Breglia. La convivenza more uxorio con una donna del popolo determina però un grave dissenso tra Lucini e i genitori, che sfocia nella rottura definitiva dei rapporti con il padre; alla sua morte, avvenuta il 15 dicembre 1895, Ferdinando Augusto priva il figlio di buona parte dell'eredità. Gian Pietro e Giuditta, uniti dal 1893, si sposano con rito civile il 2 maggio 1896.
Tra il 1893 e il 1898, oltre a compiere alcuni viaggi - a Nizza nel 1895 e nel 1898, a Roma e a Napoli nel 1896 e nel 1898 -, Lucini tenta di intraprendere alcune attività per far fruttare quel piccolo patrimonio che aveva ricevuto comunque in eredità: prima investe nella casa editrice Galli e l'accompagna verso la trasformazione, nel 1897, in Baldini e Castoldi; poi, pur essendone uno dei soci fondatori, abbandona la neonata casa editrice già nel gennaio del 1898 e si impegna a sostenere l'impresa della Tipografia degli Esercenti. Da entrambe le attività editoriali gli verranno però solamente delle gravi perdite finanziarie.
Il 1898 è anno decisivo: la repressione sanguinosa dei moti milanesi di maggio guidata dal generale Bava Beccaris segna, per Lucini, un punto di non ritorno: da quel momento in poi, si orienta ad un impiego sistematico delle armi del sarcasmo e dell'ironia per condurre una «violenta polemica civile, egualmente implacabile contro il trono e l'altare».
Con il peggiorare della malattia, egli si vede costretto a diradare i suoi soggiorni milanesi, limitandoli alla stagione primaverile, a trascorrere le estati a Breglia e a svernare a Varazze. Ciò nonostante, Lucini continua l'intensa attività di pubblicista («Educazione politica», «Italia del Popolo», «Resto del Carlino», «La Ragione della Domenica»), nonché di critico e poeta. Nel 1902, stringe amicizia con Carlo Dossi, del quale curerà, insieme a Primo Levi, l'edizione delle Opere, che uscirà in cinque volumi tra il 1909 e il 1927. Pochi anni dopo, l'amicizia con Marinetti, rientrato da Parigi, consente a Lucini di pubblicare per i tipi di «Poesia» alcune delle sue opere fondamentali: Il Verso Libero, il Carme di Angoscia e di Speranza, le Revolverate e La Solita Canzone del Melibeo. Il sodalizio con Marinetti, che aveva retto alla pubblicazione del Manifesto del Futurismo, crolla però sotto l'urto della guerra libica: se, in un primo momento, Lucini vi aveva guardato con favore, ritenendola il «primo passo verso una guerra contro l'impero asburgico» per riprendere Trento e Trieste, ben presto, però, gli si presentò qual era, cioè una guerra coloniale che lui stesso definirà «una bruttissima e sanguinosa realtà tripolina». In una lettera inviata il 6 gennaio 1916 a Luigi Donati, Marinetti commenterà cosi la fine del rapporto col Lucini: «Fummo divisi dal mio entusiasmo per la guerra di Tripoli, che egli invece copriva di bestemmie. L'odio irrefrenabile che egli nutriva per la casa Savoia gli vietava d'amare completamente l'Italia e di seguirci nel nostro feroce istinto patriottico».
A partire dal 1912, la già molto compromessa salute di Lucini, al quale era stata anche amputata una gamba, peggiora irrimediabilmente.
Morirà il 13 luglio del 1914, a Breglia, assistito dalla moglie e da Carlo Linati. |